sabato 19 maggio 2007

Spingendo la notte più in là

La cosa più bella del libro di Mario Calabresi è il modo in cui il figlio del commissario Luigi riesce a parlare del terrorismo, dei processi, della morte di suo padre, della schifosa campagna assassina di quegli anni contro un commissario innocente, in maniera pacata, senza polemiche, senza rancori, senza indicare un nemico. E' un libro veramente bello, offre un punto di vista che per quanto potrebbe sembrare scontato spesso, quando si parla della famosa quota "parenti delle vittime", non viene mai davvero approfondito. Sono meno di 130 pagine. Da leggere.

5 commenti:

p ha detto...

Calabresi era uno di quelli che quando frequentava ancora l'università statale di Milano - dipartimento storia dell'arte - disse a una mia amica che aveva incontrato per caso all'aeroporto Riotta e gli aveva dato il suo cv e questo lo aveva fatto entrare nel dorato mondo del giornalismo.
Era anche quello che frequentava un'altra mia amica, all'epoca dello stage all'ansa, a Roma, tirandeggiandosela insieme a quella che sarebbe divenuta la sua futura moglie, famiglia Ginzburg (conflitto d'interessi?).
Allora aveva poco più di vent'anni, era un ragazzino e ci si auspica che nel frattempo sia un poco maturato.
Non ho letto il libro e non posso esprimere pertanto giudizi, anche perché ne abbiamo i coglioni pieni di questi ricordi, di questa classe dirigente trombona che ancora ci parla degli anni bui, con un compiacimento quasi nostalgico, mentre la contemporaneità sociale è allo sfascio e si preferisce far agire delle controfigure della realtà, meglio se del passato.
Esprimo però una riserva sullo spessore intellettuale (non morale, evidentemente) del signore, che non mi pare brilli d'intelligenza. Ma le apparenze, si sa, spesso ingannano...

pino ha detto...

Ma leggiti prima il libro e poi spara le tue cazzate

Anonimo ha detto...

Che strano... Io ho pieni i coglioni della gente come p, probabile diminutivo di 'pirla'.
Inutile consigliare di leggere a chi evidentemente non ha mai imparato nemmeno a pensare.

Anonimo ha detto...

ho letto il libro stasera, d'un fiato e concordo con pino: quando uno si rifiuta di confrontarsi con le idee altrui è perché ne ha paura. rimarrà per sempre prigioniero di preconcetti e pregiudizi. poverino. se ne potrebbe avere pietà, invece bisogna averne paura, perchè quelli come p sono pericolosi. non faranno le stesse cazzate di quelli che uccisero calabresi, ma ne potrebbero fare delle altre. stiamo allerta.

Anonimo ha detto...

mio dio che pena mi fai "p"...tu sei uno di quelli che proprio si rifiutano di avere un minimo di senso della realtà. concordo con i post precedenti. e sinceramente siamo noi ad averne pieni i coglioni dei "maitre a penser" senza corpo calloso...