martedì 18 marzo 2008

Fede

A belief in God could lead to a more contented life”. Così, secondo un appassionatissimo studio della "Royal Economic Society" (la stessa prestigiosa università che pochi mesi fa ci aveva spiegato perché “i computer fanno male alle pagelle”) la religione sarebbe direttamente collegata a una vita felice, il credente sarebbe pronto ad affrontare i problemi di lavoro con un generoso sorriso sulle labbra e un disoccupato religioso sarebbe dunque molto più satisfected di uno che religioso invece non lo è. “Religion could offer a buffer which protected from life's disappointments”, spiega con sospetta tempistica lo studio della Royal Economic; studio pronto a sottrarre – ingiustamente, va detto – utili voti ai lanciatissimi partiti di impostazione trotskista e di discendenza marxista, le cui solide radici elettorali verranno inevitabilmente minate da un teorema che ribalterà quell’idea veteromarxista che sia l'uomo che fa la religione, e non è la religione che fa l'uomo. Le cose, ci spiega la Royal Economic (ripetiamo, con tempistica sospetta), oggi stanno in maniera molto diversa. Discordanti le reazioni all’interno della redazione di questo giornale, dove la notizia è giunta questa mattina nella casella elettronica di chi scrive grazie al servizio google alert (che questa volta, però, ha misteriosamente offerto questo link al sito della Bbc sotto la mendace, ma comunque apprezzata, parola chiave “foetus”). Alindo Cogoleto da Scerborasca, pseudonimo di un redattore genovese del Foglio esperto in affari esteri e molto altro che chiede però di non comparire, dapprima segnala come lungo i confini afgano-pachistani sia in effetti presente la perfetta sintesi di una realtà dove la religione, contemporaneamente, viene vista come oppio dei popoli e l’oppio viene visto come religione dei popoli. Ma lo studio lascia molto perplessa la costola irachena della redazione esteri; la quale sintetizza la contraddizione dello studio mettendo in relazione il titolo della notizia della Bbc, “Religion linked to happy life”, con il termine kamikaze e con la parola onomatopeica che lo stesso Cogoleto da Scerborasca suggerisce di scrivere così: “Bum”.

1 commento:

Francesca Nardini ha detto...

Salve,
ho 26 anni e faccio l'ingegnere.
Mi sorprende moltissimo che ci siano studi così approfonditi (e, di conseguenza, ingenti finanziamenti) sul presunto diverso comportamento dei credenti sul posto di lavoro.
Sostengo che tanti soldi potrebbero essere risparmiati, almeno in parte: dallo studio, infatti, si potrebbe sottrare la (forse piccola...) fetta di credenti cristiani. Questo è perchè se il cristiano è colui che ha incontrato (NB: non solo colui "che segue") Cristo, ha incontrato uno di ritorno dal cimitero. Direi che consola parecchio, di fronte ad un licenziamento... Altrimenti, fede resta soltanto il diminutivo di Federico.